Altiforni a Portoferraio

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Furono i Medicei a costruire nel 1548 Cosmopoli, sul territorio di Ferraia (già Fabricia), in cui entrò in funzione una fonderia. Oggi la conosciamo come Portoferraio. 

Nel 1897 con il Capitolato di affitto per le miniere del ferro si rendeva moderno il loro sfruttamento. Con esso lo Stato elevava a venti anni la durata delle concessioni, prorogabili per altri cinque. In precedenza le concessioni della durata di cinque anni non permettevano alle società minerarie di investire nel lungo termine.

 Nel 1899 con la costituzione della “Elba Società Anonima di Miniere e Altiforni” si unificava il progetto minerario e siderurgico. Ne facevano parte oltre a Giuseppe Tonietti e a Pilade Del Buono, anche il Credito Italiano e altri azionisti.

 

Il 13 dicembre 1900 si svolge la cerimonia di posa della prima pietra dello stabilimento, nell'area delle ex saline di San Rocco, realizzato dall'ingegnere tedesco Fritz W. Lurmann.


Posa della prima pietra 

  
Ex saline di San Rocco

Il 2 agosto 1902 colava la ghisa da coke per la prima volta in Italia nell'altoforno numero 1 di Portoferraio. Nell'anno successivo, il 20 ottobre 1903 entrava in funzione l'altoforno numero 2. Alla cokeria si aggiunsero 16 forni.

 
La costruzione degli altiforni

Nel frattempo a Piombino si sostituiva l'altoforno a carbone di legna con uno più moderno a coke (1905), oltre a realizzarvi il primo stabilimento siderurgico italiano a ciclo integrale.

Un terzo altoforno a Portoferraio arrivò nel 1909.

Nel 1923 la rivista “Elba illustrata” descriveva il panorama dello stabilimento, dove erano installati pontili, gru elettriche, e il grande pontile in ferro, con 4 funivie e 10 gru elettriche per lo scarico del carbone e del minerale. Era un ponte di collegamento tra lo stabilimento e la zona di imbarco, chiamato Hennin, in nome del primo direttore dello stabilimento.

Era presente un impianto di agglomerazione e cokeria per produrre 450 tonnellate di coke al giorno, e circa 6 tonnellate al giorno di sottoprodotti di catrame, 2,5 tonnellate di solfato di ammonio e 3 di benzolo. Il gas era impiegato come fonte di energia. Tre gli altiforni, di 400 mc ciascuno, alti 27 metri, per produrre complessivamente 450 tonnellate giornaliere di ghisa, consumandone altrettante di coke e circa 900 di minerale.

 
Uscita del coke dai forni

Le torri Cowper di 30 metri riscaldavano l'aria necessaria agli altiforni, mediante il gas depurato dei forni stessi, mentre i gas bruciati fuoriuscivano da due ciminiere di 80 metri.

I gas dell'impianto giungevano anche alle 34 caldaie del sito industriale, oltre alla centrale dell'impianto elettro-metallurgico. Sei compressori nella centrale producevano aria per la combustione, 8 le motrici per produrre energia elettrica.

 

 

Si realizzò anche un piccolo treno elettrico, chiamato dagli operai la “Mariannina”, adibito al trasporto della ghisa e delle loppe (scorie) con scartamento ampio, di 1,20 metri. Per ragioni di sicurezza, a causa della presenza dei fili elettrificati e il calore della ghisa, nel 1904 furono sostituite da cinque locomotori a vapore, tedeschi, forniti dalla Krauss di Monaco e dalle officine Orenstein & Koppel di Drewitz). Le stesse società, e la Borsig, avevano fornito locomotori a vapore per altri trasporti, su binari a scartamento di 0,80 metri.

Il 27 agosto 1907 un incidente causava 59 feriti, tre operai morivano, e l'episodio diede origine a una protesta. L'altoforno 2 si era rotto rilasciando la ghisa colante che a contatto con le vasche di acqua causò una reazione esplosiva.

Nel 1909 entrava in funzione il forno Bessemer, per la produzione dell'acciaio, la quale terminò negli anni Venti.

A questo progetto industriale parteciparono i 2000 dipendenti della società impegnati nelle miniere (nel 1904 erano 1470), producendo oltre 500.000 tonnellate di minerale estratto (nel 1904 erano 100.000 in meno). Altrettanti furono impiegati negli altiforni (nel 1904 erano 647). La produzione di ghisa di circa 150.000 tonnellate\anno (nel 1904 era oltre 80.000). Tutto ciò si tradusse anche in un miglioramento della società elbana, nel campo dell'igiene, del reddito, della salute, dei servizi.

Nel 1911 la gestione passò al Consorzio Ilva. Nel 1918 la denominazione da ILVA divenne “Società ILVA Altiforni e Acciaierie d'Italia”.

Riguardo alla forza lavoro, varia era la provenienza degli operai, emigrati anche da molte città italiane. 

Si votava per censo, la borghesia possedeva potere e capitale, ed elevato era l'analfabetismo. Si crearono presto le prime realtà sindacali, di socialisti e anarchici, con le quali le istanze di lotte condurranno presto a forme di sciopero culminate nella protesta del 1911. Lo sciopero, iniziato per cause di varia natura nel mese di giugno, portò ad una completa fermata da parte degli operai, soprattutto appartenenti ai sindacati anarchici. A quel tempo la società Elba aveva alcuni problemi economici ed organizzativi, e lei stessa approfittandone dichiarò la serrata dello stabilimento, esprimendo la volontà di procedere con pesanti ristrutturazioni aziendali. Lo scontro prese ad allargarsi, coinvolgendo anche le componenti cattoliche del sindacato, così come si estese nel continente agli impianti siderurgici di Piombino.

Tra i molti progetti di sviluppo è interessante  ciò che fu fatto per  il reimpiego della loppa di altoforno. Inizialmente fu utilizzata come riempimento dei terreni paludosi circostanti lo stabilimento, a scopo di ampliamento del sito industriale. La loppa si impiegherà poi per la produzione del cemento.

  

Nel 1926 nasceva la “Società Cementerie Litoranee”, sita nei pressi degli altiforni di Portoferraio. 150 operai erano impiegati per la produzione di circa 200 tonnellate di cemento. Nel 1931 fu assorbita dall'Ilva. Chiuse verso la fine degli anni Cinquanta, dopo essere stata ceduta alla Cesa nel 1954.

 
Società Cementerie Litoranee

Durante la Prima Guerra Mondiale si chiese uno sforzo per incrementare al massimo la produzione e quindi rifornendo di minerale gli altiforni.

Oltre ai noti bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale che posero fine all'attività produttiva, va menzionato un attacco da parte di un sommergibile austriaco, durante la Prima Guerra. Il 23 maggio 1916 un fitto lancio di granate colpì soprattutto ciminiere, cokeria e un piroscafo. Vi furono due morti e feriti tra operai e marinai.

Una seconda fase di profonda crisi fu vissuta al termine della guerra. La società Elba minacciava la chiusura dello stabilimento. Proteste e scioperi culminarono nell'occupazione dello stabilimento il 7 settembre 1920. Le proteste, che coinvolsero anche le miniere, si conclusero con vantaggi per i lavoratori. Ma erano anni in cui nascevano i fasci locali, che presto significarono dure condizioni di vita per gli operai impegnati nel sindacato, con pestaggi, carcere, perseguitati dal Tribunale Speciale.

Nel 1922 lo stabilimento dava lavoro a circa 1400 persone, saliti a 2000 nel 1923.

In più occasioni Mussolini intervenne per salvare l'occupazione, a seguito dell'intenzione dell'ILVA di chiudere. Accadde alla fine degli anni Venti, nel 1932. Nel 1936 Mussolini si recò in visita allo stabilimento, dove era stato attivato un nuovo altoforno. Un altro fu installato al termine del 1937.

Mussolini a Portoferraio nel 1936

Il 16 settembre 1943 un massiccio bombardamento da parte di aerei Stukas colpiva duramente il centro storico e gli impianti industriali. Duecento morti e numerosi feriti sono l'inizio dell'occupazione tedesca. Si fermò la produzione.

Dato il carattere strategico della produzione lo stabilimento subì altri bombardamenti massicci nel 1944 da parte delle truppe Alleate. Dal mese di gennaio ripetute incursioni colpivano anche Portoferraio e gli altiforni, fino alla liberazione dell'isola, con l'operazione Brassard, nel mese di giugno. Gli impianti subirono pesanti danni, tali da metterne  in discussione il ritorno all'attività.


 
 

In realtà il destino dello stabilimento era già segnato, e la volontà dell'Ilva, ovvero Finsider, era volta all'abbandono della siderurgia all'isola d'Elba. Si misero così  in evidenza le spinte pubbliche e private per il proseguimento o abbandono dell'attività, creando l'illusione di restituire il lavoro ai dipendenti, ai reduci di guerra, ed i navigatori della flotta. Nel 1947 si mise fine ad ogni discussione.

La storia degli altiforni di Portoferraio si chiuse con il licenziamento di tutte le maestranze nell'estate del 1948. 

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