Cronache in quattro parti del viaggio in Belgio nell’Aprile 2009

Recupero le cronache di un viaggio di cinque giorni in Belgio della primavera 2009 in compagnia di un amico bergamasco. Il testo risponde a necessità di allora, per costruire  una trama  più avventurosa, vissuta con più entusiasmo, ma ciò è parte della storia, esperienza da acquisire, ed evoluzione successiva di Derelicta.net. Ho però riconsiderato il formato, tipologia e numero (aumentato) delle fotografie a supporto del testo.

BELGIO TOUR 2009

Indice:
Parte 1 – 13.04.09 Milano-Wavre
Parte 2 – 14.04.09 Wavre-Clabecq-Wavre
Parte 3 – 15.04.09 Wavre – Charleroi – Wavre
Parte 4 – 16.04.09 Wavre – Cheratte – poi più a nord – Wavre – + tappa finale a Bruxelles

PARTE 1 – 13.04.09
Milano-Wavre

Dopo una notte trascorsa semidormendo, nel silenzio ovattato dei tappi per evitare i russare del compagno Zeno giacente a fianco, ci si svegliò alle 3:15, subito pronti dopo quattro ore e mezzo di sonno.
Il viaggio proseguiva secondo un piano scandito dal satellitare, con un fuori programma che aveva fatto rischiare il crollo psichico ad entrambi.
In territorio Belga, dopo oltre tre quarti del percorso, si sostava in area di servizio.
Si parcheggiò, Zeno voleva mangiare qualcosa, ma ritornando all’auto questa era sparita. Nessun dubbio possibile, era talmente evidente, la povera Peugeot rubata con tutta quella catena di disgrazie che ciò avrebbe potuto significare. Poche auto a fianco, una che precedentemente non c’era, senza vetro laterale, incidentata, olandese. Zeno il matematico fece uno più uno e dedusse che qualcuno aveva abbandonato un’auto rubata e aveva pensato bene di farsene una in migliori condizioni.

Bisognava agire senza perdere tempo, o senza perdere il lume della ragione. Andai a chiedere informazioni in un territorio dove tutti sembravano resistenti a voler spiaccicare una parola di inglese, e dopo due tentativi una signora al distributore alla richiesta di avere il numero della polizia affermò: “dovete andare dall’altra parte”.

Con nostra sorpresa le due aree destra e sinistra dello pseudo ”Autogrill” Belga erano quasi identiche, tanto identiche da fotografarle poi in diversi punti per confermare il nostro stato di salute mentale.

Ecco un esercizio da settimana enigmistica per cogliere le differenze delle strutture tra i due lati dell’autostrada.

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Arrivammo quindi a Wavre, alla periferia est di Bruxelles, in tarda serata.
Zeno, dopo una mezzoretta di relax con programmi tv per cerebrolesi, ed io, rinfrescatomi dal trip di 9 ore e dallo schock subito per il furto immaginario, decidemmo di partire subito all’avventura.
Avendo saputo che i lavori al Sanatorio Joseph Lemaire, esempio di architettura insolita per una struttura sanitaria dell’epoca, aperto nel 1937, erano iniziati nel Dicembre 2008 (altra bella sfortuna annunciata) andammo a verificare con i nostri occhi. Lo trovammo, a 8 km dall’Hotel, e subito si chiese ad una coppia di stranieri; erano due Belgi che parlavano italiano per amore del nostro paese, e quindi si chiacchierò del sanatorio e altri luoghi da visitare.

Nei pressi del sanatorio c’è una viletta detta”del dottore”, sembrava abbastanza insignificante, non dopo aver scoperto che all’interno c’erano ben otto macchine da cucire d’epoca, forse primi decenni del ’900, in ottimo stato, e una luce favorevole, sebbene parte della villa fosse bruciata, forse per atto vandalico.

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Il bottino fotografico della prima pesante giornata aveva soddisfatto e superato le nostre aspettative.
La sera, dopo la cena di Zeno e la birra del sottoscritto esplose improvvisa per entrambi la stanchezza del giorno.
Prima di mezzanotte si crollò. Il giorno seguente ci avrebbero atteso gli impianti di Forge du Clabecq, probabilmente l’origine dello scossone mentale che mi ha fatto lavorare intensamente e in fretta per organizzare questa avventura in territorio Belga.

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Parte 2 – 14.04.09 Wavre-Clabecq-Wavre
Giornata tragicomica all’altoforno

Il mattino si accendeva dopo una calda notte, sudati sotto al piumone. La prima notte a letto con l’amico Zeno l’abbiamo trascorsa come una coppia di sessantenni che dopo quarantanni di matrimonio sta inseme solo per abitudine.
Si fece colazione al Carrefour per schivare il furto dell’Hotel venduta per 15€, per poi girare la vettura verso Clabecq.
Dalla sommità del fiume si scorgeva la silouette dell’imponente torre arrugginita, l’altoforno,  ormai un entità in via d’estinzione.

La via per trovare l’ingresso fu lunga e guadagnata a fatica, l’uscita un calvario che ci ha stravolti.
Lungo la ciclabile del canale, si intravide un comodo buco, anche al riparo da occhi indiscreti, dentro ci fu la prima sorpresa: l’area un tempo in totale abbandono  era diventata un cantiere e ci stazionavano un camion alcuni operai. Nella parte sud ci lavoravano, con opere di sbancamento. Nella parte nord pure, l’unica parte in tranquillità sembrava proprio quella dell’altoforno ma l’esposizione e i movimenti ci fecero desistere, si cercò una via sul retro.

Raggiunto un quartiere di case dalla parte opposta, trovavamo una via chiusa da un mucchio di terra e da lì si entrò in un’area deserta. Il perimetro fatto di lastre di cemento e filo spinato rivelava un punto di agevole passaggio, ci si immergeva quindi in un bosco dove il vento era l’unico compagno. Si giungeva ad un’ampia area di terra movimentata e spianata, forse capannoni abbattuti; la bonifica in corso aveva liberato già una vasta area, col risultato che attraversandola si era completamente scoperti. Tra gli alberi e una montagna di terra si guadagnava una via in discesa, fino al primo stop: i binari della ex  ferrovia.
Nel rispetto degli standard dell’esplorazione urbana più felice trovammo la ferrovia, la vegetazione, reti, acqua, e quell’enorme obelisco ferroso che ci doveva accogliere, per cui avevamo fatto 900 chilometri di pellegrinaggio per riceverne il beneficio della vista, del tocco.
Più a nord un’auto parcheggiata faceva sorgere i primi quesiti? Sito attivo? Telecamere? Allarmi? Guardie? Uno zoom da 300 mm permetteva di valutarne la sostanza.

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Il silenzio regnava sovrano, il tempio di ferro si ergeva di fronte ai nostri volti attenti. Finchè Zeno da apripista corse attraverso i binari, io a ruota, ci si fermò al coperto. Era andata di nuovo bene. Improvvisamente dietro ad un muro un sobbalzo agitò un grosso tubo che cominciava a sputare fuori acqua.
Si trovò un proseguio a fianco, da una passerella in ferro che già portava in quota, rivelando ancor di più la mastodontica presenza di tubi ed impianti che si perdevano a vista d’occhio. Scendendo da una scalinata si toccò di nuovo terra, in un’area in controluce, dove piante, muschio, mosche, un topo, sembravano gli unici sopravvissuti di un’ecatombe.

Un umido verde tappeto attutiva il nostro avanzare, l’ambientazione è di quelle che rispetta i canoni dell’avventura, della fantascienza dei mondi sopravvissuti alle distruzioni di massa. Il verde e la ruggine sembravano essere i colori dominanti. All’ombra di antiche torri si avanzava, il grandangolo era l’unico in grado di comprendere il tutto e manco bastava.

Voci!

Un gruppo di umani si avvicinava, sulle prime si pensò di desistere. Poi si restò al coperto. Passarono, forse un gruppo di operai che, chiacchierando, si allontanavano nella via a fianco.

Si decise per un ritorno perchè mancava un dettaglio significativo, il punto di accensione del forno, un alieno dai mille tentacoli alla base dell’enorme struttura.

Salendo le prime rampe di quella Babele ossidata si ripercorreva il tempo al contrario. Giunti al piano che fu il nostro punto più alto raggiunto stazionava il cuore ormai gelido dell’intera creatura. Il tempo sembrò fermarsi e così fu per un’altra ora di adorazione, e continue soste per  il set fotografico.

Durante le fasi finali del backstage si udirono passi sulle passerelle soprastanti. Qualcuno stava scendendo!! Alle spalle ormai rimaneva un ampio piano ma senza via d’uscita, a meno di non uscire allo scoperto. Ci si rifugiò tra due delle tante possenti braccia di quell’uovo ove il ferro si liberava delle sue impurezze quando vidi un uomo, capelli bianchi, tarda età, il Padre Eterno in persona forse veniva a chiamarci, l’Ora Finale, il luogo era pur propizio.
Se c’è un angelo custode era all’opera, perchè l’uomo delle due possibili vie, prese quella che non portava a noi ma da quella parte sarebbe probabilmente giunto alle nostre spalle. L’adrenalina saliva.

Tempo ne restava poco, si decise: “Andiamo”. Scendendo le scale sembrava di essere polvere di una clessidra che si stava svuotando, per quanto attenti i nostri passi sul ferro scandivano i secondi, attendendo come una sentenza di morte quel “Fermi” (in francese), che per un’altra delle coincidenze fortuite non udimmo mai. Tempismo perfetto numero due.

Arrivammo alla base e il passo si muoveva veloce, circondati da ferro e vegetazione, fino ad un’altra area più in vista, ci mancava una scalinata e un passaggio elevato allo scoperto.
Nessuno ci notò, e arrivammo a quel che fu il punto di ingresso alle strutture. Mentre Zeno osservava i binari un’auto alle nostre spalle, oltre il capannone, comparve improvvisa e inchiodò.
Zeno partiva a razzo, mentre io dietro di lui ormai scoperto per una coincidenza da decimo di secondo, la Terza, mi voltavo ed era l’attimo in cui la guardia si girava anch’essa e correva dalla parte opposta pensandoci ancora sul meraviglioso altoforno. Che fuga, i binari, il terrapieno, la salita, gli zaini, la strada era ancora lunga, breve sosta per poi guadagnare la via di quel sacro bosco protettivo, quindi quella lastra di cemento che è i limite del perimetro. All’arrivo all’auto, manco il tempo di riporre gli oggetti ed era in moto, e via da quel luogo di gioia ed agonia insieme.
La giornata aveva già dato il meglio, si partiva però per due sopralluoghi. Sulla strada un mulino abbandonato fotografato da Zeno.

Primo obiettivo da verificate il castello di Neufcoeur, ma già avevo l’idea che fosse in ristrutturazione e così era.
Poi si partì verso il castello di Mesen, altra meta nota ai Belgi, abbastanza malridotto ma dotato di una certa imponenza.

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Già avevo l’idea di una certa impenetrabilità, gli girammo attorno e pareva abbastanza esposto, almeno a quell’ora del tardo pomeriggio. Comunque sazi si decise per un ritorno alla base.

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Parte 3 – 15.04.09
Wavre – Charleroi – Wavre

Secondo giorno di risveglio in terra straniera. Aperti gli occhi notavo la lucida capigliatura del mio compagno di letto. Spostate le pesanti tende la luce irradiava le pareti ed avvolgeva il nostro bergamasco, che sulle prime si rigirò come un vampiro sorpreso da un’improvvisa alba.
Ma quale alba, i ghiri si destavano dal letargo, cosa ci avrebbe riservato una giornata iniziata alle 9:00?
La colazione fu di nuovo una vendetta nei confronti dell’esoso Leonardo Hotel e venne consumata al self-service del vicino Carrefur.
Zaini in spalla, compresa la soma di Zeno che con il nuovo acquisto se ne andava in giro con almeno 20 chili di materiale fotografico.
Prima destinazione fu un deposito di treni in abbandono, la stazione di Monceau.  Al momento non si comprese se il deposito era agibile o meno. Col senno di poi posso dire che è stato fotogorafato fino alla nausea, luogo per ragazzini. La fuga del giorno precedente e le alternative possibili fecero propendere, almeno il sottoscritto, per qualcosa di più accomodante per la giornata, rilassante.

Il tour stabilito prevedeva di girare attorno a Charleroi, città industriale con fonderie, miniere e altre strutture che casualmente si scoprirono sul percorso, subito dimenticate per andare dritti all’obiettivo. A Zeno, il secondo pilota, nuovamente spettava il compito del reportage, lungo il fiume stazionano infatti alcuni impianti attivi di una città, pur agonizzante, ancora discretamente industrializzata.

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I dintorni della città presentano molti rilievi erbosi, colline artificiali di materiali riportati dall’intensa attività mineraria.

Il successivo target  erano due torri di sollevamento, che si ergono in un’area periferica in mezzo alla vegetazione. Conservate come una sorta di monumento ma alquanto dimenticate a giudicare da rovi ed erbacce che accompagnano. Non fu però difficile scorgere nella recinzione il fatidico e provvidenziale buco.
Girando sotto e attorno questi antichi monumenti ci regalavamo prospettive ampie, angolate, ferro e vegetazione.

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Dopo la pausa pranzo nel verde, panini al sesamo per il sottoscritto ripieni di speck affumicato tagliato grosso e bisunto, ce ne andammo da quell’anonimo quartiere.

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Si puntava poi verso una lunga fabbrica sul fiume navigabile Sambre, la Usine Metallurgiques Hainaut-Sambre. Un unico lungo capannone, di mezzo chilometro, un tempo destinato a laminatoio.

La struttura risultò quasi del tutto vuota, salvo qualche particolare interessante, ma soprattutto piena delle restanti scorie delle lavorazioni, mattoni refrattari dopo la bonifica e cumuli di terra.
Nella parte a nord vasche con acqua offrirono interessanti riflessi, con i resti dell’attacco del forno all’emissione dei fumi, unico residuo dell’impianto.

Fuori il cielo cambiava colore, virando al nero grigio, giusto il tempo di fotografare un grosso tank sferico per il gas e di nuovo, come il giorno precedente, eravamo in corsa ansimanti, questa volta sotto la pioggia battente. Un ponte con vista sul nulla offriva riparo.

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Ripreso il filo dell’avventura, altra tappa, la Charbonnage du Gouffre. Il sito lo trovammo, in un quartiere di tranquille villette si erge questo relitto d’età antica, un vecchio signore ormai divenuto discarica di amenità varie e luogo di svago di una banda di adolescenti che pare lo abbiano preso come una sorta di parco per divertimenti e palestra per parkour: correvano, saltavano, si arrampicavano sui muri, uscivano da finestre e salivano sul tetto.

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Il luogo non destava particolare interesse, i soliti spunti interessanti poi un ultimo sopralluogo sulla via del ritorno, un ex teatro, ma l’accensione della spia della riserva e l’iniziale difficoltà per trovare alimento per la Drexmobile ci orientarono verso il nido, non senza sostare quando il paesaggio si trasformava in un quadro bucolico.

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La serata terminò con una insalata che ci tormentò fino a notte fonda. In Belgio vige infatti la tradizione del piatto unico pertanto un insalata è da considerasi un concentrato di primo, secondo e contorno, annaffiato di salsa con accompagnamento di patatine fritte e pane.
Nuovamente i due, con lo stomaco in tiro, avvolti nel calore del proprio metabolismo si adagiavano stanchi in una afosa stanza, sotto un maledetto piumone invernale.

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Parte 4 – 16.04.09
Wavre – Cheratte – poi più a nord – Wavre

Quarta ed ultima puntata del Belgium Tour 2009.

Secondo un protocollo ormai standard si ripartiva per la terza volta dall’hotel, con destinazione Hasard Cheratte, una vecchia miniera poco dopo Liegi. Un sopralluogo lungo le strade del paese sottolineava l’impossibilità di accedere da qualunque parte del perimetro visibile.

Invece un sentiero che si inoltrava nel bosco da una salita poco distante fu l’esatto passaggio indisturbato, conduceva infatti proprio sul retro del sito minerario.
Dopo i primi metri di ingresso un invitante bocca aperta nel muro suggeriva ai due bergamaschi di varcarne la soglia ed indagarne i misteri.

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Il temibile ingresso della miniera ci fece rinunciare all’idea di una doppia partecipazione, preferimmo non fidarci di questa terribile strega, quindi il sottoscritto rimase ad ammirare quelle tonde forme pietrose mentre Zeno si fece coraggio armato di torcia. La decisione di rimanere separati, chi dentro, chi fuori ad attendere, maturava dalla remota possibilità di un crollo che avrebbe da subito segnato definitivamente i nostri destini, avvolgendoci in quell’intestino di mattoni, non avendo comunicato all’esterno o lasciato traccia alcuna della nostra infatuazione per la bella Hasard Cheratte.

Il canale di cemento in realtà proseguiva più a fondo, verso una successiva barriera,

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una barriera violata da precedenti avventurieri aveva una finestra con vista verso un antro senza volta murata ma con anelli di sostegno, le trappole di cui sono armate tutte le vecchie miniere. Una minacciosa barra, posta forse da Caronte in persona, era il limitar di Dite, una discesa nel regno degli inferi da cui Zeno, ormai preda delle proprie fantasie, pareva udir i latrati del cane Cerbero.

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Da fuori i 5 minuti decisi per l’atteso ritorno del prode scorrevano lenti, l’alito di quella bocca dapprima profumato si fece fetido come per l’arrivo dei Tre Giudici della Morte.
Visitare un simile luogo era fonte di continue sorprese, l’architettura comune al paesaggio Belga a mattoni scuri all’apparenza ricordava anche un castello. Alte torri sovrastavano l’area.

Alla base di una torre, uno dei pozzi, un vecchio ascensore conduceva all’accesso della seconda galleria.
Lungo polverose scale si raggiunse  l’accesso, ed era ancora Zeno l’attore della missione, e scomparve, inghiottito dal buio oltre il rugginoso cancello. Fuoriuscito Zeno da quella tetra caverna gli diedi un breve cambio per verificare di persona il contenuto di quel secondo passaggio verso le immense sale del Tartaro. Resti di porte arrugginite,

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poi più a fondo un rumore rivelava la presenza di un corso d’acqua che si perdeva in un piccolo canale nel terreno: un affluente dello Stige.

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Le pareti di questa galleria che diramava presto in due distinte parti, davano sulle prime un senso di sicurezza ma a ben guardare crepe nel muro dimostravano che il terreno circostante premeva per guadagnare spazio in quelle terre cave.

L’idea di finire sbalzato di continuo in una peristalsi terrosa, trascinato verso le grida degli iracondi provenienti dal Quinto anello degli inferi che la mia fantasia aveva presto acceso, girai i tacchi antinfortunistici guadagnando la piccola luce che si fece più grande, guidato da binari sconnessi, carichi di memoria; a riveder il roseo volto di Zeno tratteni a fatica il primo vagito.

Nelle stanze attorno c’era una moltitudine di oggetti che ricordavano l’attività mineraria, inclusi alcuni documenti risalenti agli anni ’20. Messomi alla ricerca di nominativi italiani, tra i tanti emigrati in territorio belga a suo tempo, ne trovavo in realtà pochi, il personale era soprattutto di origine francofona. Poi vidi cassetti invasi dall’acqua presi da un set del regista Tarkovskj.

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L’intero sito versava in buono stato, considerando l’età di questo impianto e la sua probabile presenza su molti siti web  internazionali . E’ una meta nota tra i siti belgi. La tirannia del tempo ci impediva di portarlo interamente a termine, l’ultimo target del tour richiedeva una nuova partenza.

Per concludere si prese la direzione verso nord, diretti ad un ex orfanotrofio in un bosco.
L’area la trovammo facilmente, del tutto accessibile dalla strada laterale ma, nel pieno rispetto del suddetto dogma, preferimmo inoltrarci nel bosco e giungere dal retro.

Il luogo aveva subito una pesante opera di vandalismo, poco restava intatto o nulla del contenuto tranne i giochi per bambini. Il giorno inoltrato donava una luce velata, gli alberi avvolgevano come un manto di penombra un luogo di incerto destino.

Altre case attorno, immerse nel silenzio ricordavano quelle di piccoli agglomerati urbani, che balzano di tanto in tanto alle cronache quando si scopre che nella tranquillità della campagna individui dallo stato apparentemente normale celano desideri e ossessioni morbose, pronte a sfociare nel deliro.

I giochi c’erano, in un ambiente di estremo abbandono e degrado ma un presentimento si faceva largo nei meandri della mente, il procedere in quel vuoto ricco di giocattoli assunse sempre più toni inquietanti, scherz della fantasia.
I pupazzi giacevano infatti sparsi come se fossero caduti durante una fuga, un rapimento, una folle interruzione di un momento di gioco.

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Lasciato anche  l’ultimo dei luoghi in programma ci restava la curiosità di conoscere almeno la collocazione e condizione delle quattro miniere in zona. Il tempo ce ne concesse due, ormai recuperate o in fase di recupero.

Terminata l’avventura irta di pericoli ed emozioni, il domani fu riservato al turismo, Bruxelles attendeva. Il clima, improvvisamente resosi meno clemente, mutava, il cielo si fece grigio, forse per una punizione, un passo falso, un mancato rispetto. Ci trovammo calati in una bolla popolata dai nostri fantasmi.

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Come in un ultimo ed eterno chiudersi di palpebre restava impressa in noi la visione dell’Atomium in una giornata di pioggia, al tempo stesso apocalittica e da Universo in formazione.

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Termine del tour. Il giorno successivo ci attese un lungo ritorno.

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Si veda la pagina di presentazione su Derelicta.net: http://www.derelicta.net/index.php/presentazione
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