Estate 2009, tour delle cinque nazioni: 22 Agosto, forte – chiesa – rooftopping notturno – horror lab

Sabato 22 Agosto 2009, da  un’alba alla successiva.

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C’era una gran confusione in quella stanza dell’Hotel Premiere Classe di Longwy. La sveglia si ostinava a destarmi ma, stanco per le imprese del precedente giorno, posticipavo di nuovo la levata mattutina, per un più consono orario, e concedere al fisico provato il recupero della piena energia.
Ore 8:30 check out.
La direzione stabilita fu un cimitero di auto semisepolte tra gli alberi. Un’alternativa possibile era rappresentata da un luogo dove sono stipati in massa veicoli militari ma le recenti cronache riportano di un proprietario ed un cane che non gradiscono la presenza di fotografi.

Il cimitero distava 20 minuti. Il Tomtom avvisava puntuale, purtroppo la strada non offriva alcun parcheggio. La pazienza di Drex ed una succosa ennesima alternativa generavano subito un effetto sinergico che spingevano l’esploratore sulle lievi pendici di Liegi, dove risiede un parco che custodisce all’interno un forte: la Chartreuse.

L’ingresso era alla portata di un quarantenne paraplegico, ovvero un cancello con una sbarra superiore amputata ma l’imprevisto ostacolo rappresentato da un passante con cane al guinzaglio minacciava la probabilità di successo della solitaria spedizione od un suo inaspettato quanto indefinito posticipo. Girate le spalle dell’innocuo signore un balzo mi proiettava dentro a quell’oasi di silenzio.

Beninteso, il luogo è classificabile in discreto stato di decomposizione architettonica ma pur solido in gran parte delle strutture. Presto la Chartreuse rivelava tutti i suoi tesori, da ricercarsi non in suppellettili ed arredi, ormai scomparsi da tempo immemore, ma nei colori, le architetture, la pianta a volte labirintica e i numerosi passaggi foschi. Armarsi di torcia e penetrare quegli angusti spazi lasciava quel sapore incerto dell’inconveniente dell’avventurarsi solo nel sottosuolo.

Tutto andò liscio, a parte un divertente intermezzo, nel seguire gli spostamenti di due uomini, forse curiosi, forse interessati alla storia militare, che balzavano da una parte all’altra della struttura ma senza penetrarne i profondi segreti, soprattutto ai piani superiori, da dove ne osservavo gli spostamenti.

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L’amico olandese intanto terminava i numerosi piani dell’ospedale ed avvisava che avrebbe ritardato, dando le coordinate del luogo d’incontro, il memoriale delle vittime dell’Esercito USA. Il luogo offriva curiose prospettive, una una sequenza continua di croci bianche ad alta resa fotografica.

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Ma la destinazione non era questa, manco le piacevoli curve della campagna Belga.

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L’avventura iniziava invece raggiunta una vecchia chiesa, in ottimo stato di conservazione, che presentava numerosi aspetti interessanti, forse meno nell’annessa struttura abbandonata per anziani.

Lasciato il decrepito ospizio si provò con un castello, ma  pur  passando verso una difficoltosa  via  dal restro, nel bosco, tra  rovi e vegetazione, non ci fu modo di oltrepassare  la barriera  posta  da  una  coppia  non più giovane  che  nel luogo pareva avesse dimora.

Il crescendo della giornata doveva ancora manifestarsi, i due piloti delle rispettive auto guidavano in tutta tranquillità, come in una sinfonia di Mahler lenta nella partenza ma pronta a esplodere più tardi nel boato dell’entrata di percussioni e violini della notte vissuta a Bruxelles.
Direzione infatti verso la capitale, dove un immigrato francese, dall’aspetto mite e tranquillo, e nascosto dietro le quinte di un meraviglioso teatro virtuale, un sito web, aspettava i due per un rapido aperitivo in un piccolo salotto, ed a seguire pollo e ratatuille di accompagnamento, con moglie e figli, neonato incluso, a sottolineare la natura famigliare dell’ambiente.

Mr. FP, così verrà brevemente nominato, aveva preparato però il migliore piatto della serata per un orario più tardo, lasciandolo bollire a fuoco lento: un rooftopping in un edificio chiuso di Bruxelles, alto una trentina di metri, o meglio due edifici affiancati, ed a seguire tunnel di servizi alla loro base.

Iniziò così una salita e discesa, per dominare Bruxelles dall’alto, per  poi scomparire nel buio del sotterraneo, che si aprì e chiuse in modi talmente inaspettati da rendere la  notte vissuta più simile ad un videogame o un film che alla comune realtà.
Scattate le 23:00 il passo veloce ma disinvolto dei tre si dirigeva lungo un binario di una stazione ormai sonnacchiosa di un sabato sera, dove all’esterno la vita serale brulicava di auto e di vociare da una vicina fiera e giostre illuminate, in uno dei quartieri di pessima fama della capitale belga.

Dentro, nell’oscurità di una immensa struttura, un tempo dedita ad attività finanziarie, filtrava solo la flebile luce arancione dei lampioni della strada sul lato opposto.
Iniziava una salita piano dopo piano,  sei ma essendo ad ampie cubature i metri si alzavano velocemente. La sosta sul tetto non era un fine ma una pausa. L’obiettivo era l’edificio a fianco, un poco più alto, per il quale l’unico accesso consisteva in una finestra, tre metri più in alto, ad un metro di distanza da una scala in ferro in verticale su una terrazza, oltre la quale ringhiera era meglio non avventurarsi, aprendosi sotto un vuoto di una ventina di metri con vista  binari. Con il necessario brivido che l’operazione atletica recava con sè, il transito dalla scala alla finestra non fu propriamente uno scatto felino ma efficace .

Nel palazzo il silenzio prendeva di nuovo possesso di quelle ampie stanze, questa volta di una struttura dedita allo smistamento della posta ed utilizzato successivamente per alcune installazioni artistiche. Dentro sembrava di aggirarsi in un vuoto museo, dotato di ampie finestre con numerose vetrate di fronte ai palazzi adiacenti.

Raggiunto il tetto lo spettacolo a 360° della silouette di Bruxells, illuminatao ulteriormente dalla vicina giostra, chiudeva di nuovo provvisoriamente la spedizione del trio, chiacchierando e scambiando opinioni ed esperienze.

Ci si poteva immaginare un ritorno sui propri passi e concludere quell’insolito sabato, invece tutto si doveva svolgere come una avventura grafica dove, superato un livello, non è possibile un ritorno alle posizioni precedenti, anche perchè di vita a disposizione ne avevamo una ciascuno, senza la possibilità di guadagnarne ulteriori lungo il percorso. Si procedette quindi lentamente lungo la discesa dei piani, non limitandoci a toccare il livello a terra, ma si proseguiva verso un sotterraneo, che in parte si rivelò allagato, ma con alcuni centimetri di acqua che lo rendevano percorribile.

L’acqua è un potente stimolatore di sensazioni, quello sciabordio sembrava simile a quelle fontane orientali che creano un insolito sottofondo di musica naturale e di relax. Il buio in un sotterraneo leggermente allagato nascondeva in sé un pericolo insidioso: buchi evidentemente pieni di acqua. Lo sguazzare in pochi centimetri poteva quindi tradursi in un precipitare in vani sotterranei. Uno sguardo oltre quelle finestre orizzontali, che inghiottivano i fasci di luce annullandoli, dava la sensazione di stare di fronte ad una nave arrugginita, sepolta nelle acque e sdraiata su di un fianco.

Successivamente si passava ad un tunnel di servizio illuminato per il passaggio di carrelli di caricamento, abbastanza ampio, conducendoci, direttamente verso altre zone attive ed allarmate che si preferiva lasciare come limite oltre il quale la voglia di scoprire abdica per buonsenso.

Giunti vicini ad un’anonima porta, Mr FP la aprì, ci si trovava in una zona di attività, simile ad un magazzino di corrieri con carrelli, pacchi e luci al neon, a cui non mancava nulla se non una persona che dicesse “e voi che ci fate qui?”.
Passati di fronte ad un ufficio illuminato, ma deserto quanto una città silenziosa nei primi istanti di un post apocalisse radioattivo, dove tutto appare ancora in ordine, si procedeva di nuovo secondo un piano preordinato, e la pressione di un ulteriore pulsante sollevava una porta blu automatica. Il trio si ritrova proiettato all’interno della stazione centrale di Bruxelles.

La sua chiusura irreversibile alle spalle, riservava una sorpresa successiva, perchè la stazione a quella tarda ora, le 2 di notte è chiusa, per ragioni di sicurezza, con una manciata di passeggeri in attesa, che guardavano stupiti questi tre uomini trasandati con zaini e cavalletti.

Ad aprire le porte ci pensò un uomo della sicurezza, e si concluse anche questa tappa notturna in un circolo di perfezione, pareva il risultato di un progetto più che una passeggiata notturna in luoghi insoliti.

Ma chiacchierando, venne la balzana idea di andare a vedere come stavano messi gli accessi alla scuola di veterinaria in abbandono, per la visita del giorno successivo. Al sottoscritto alla vista di quel pertugio nero che spariva sotto terra verso le cantine di quel che è chiamato laboratorio degli orrori, si accendevano come un’improvvisa fiammata nuove fantasie condivise: visitare la vecchia Università nel pieno della notte. L’idea ci parve un perfetta prosecuzione, ma chiacchiere e birra ci avrebbero fatto attendere fino alle 4 in punto, momento propizio in cui ci calavamo in quella stretta apertura lungo un marciapiede  della città.

Dentro, nell’oscurità lacerata dalle torce, si raggiungeva presto quella piccola stanza dal pavimento incrostato. E’ poco più che un piccolo ripostiglio, ma zeppo di organi di animali in formalina, malattie stabilizzate in quel liquido gelatinoso, informi e difficili da definire, alternati da più intense visioni di pezzi ben riconoscibili di zampe o meglio di teste di qualche povera bestia.

Il luogo, noto da molto tempo e scoperta di Mr. FP tempo addietro, quando stava in perfette condizioni, dopo frequenti visite ha subito i cambiamenti che ne stravolgono anche la natura, creando innanzitutto una confusione che toglie perfezione ed aggiunge decadimento. Oserei dire schifo, dato che si deve prendere atto che persone di dubbio gusto, che non gradirei annoverare tra le mie conoscenze, avevano aperto, versato, quel liquido attorno, ma ormai seccato, ma pure travasando pezzi di organi e animali da un contenitore all’altro.
Alcuni dei contenitori, forse per evaporazione o forse per versamento non contengono più tutto il liquido quindi parti di animali emergono rinsecchite o peggio ammuffite, dando a quel luogo un maggiore tenore di malattia, morte e decadimento.

I due compagni conoscendo il luogo preferivano controllare le stanze ai piani superiori, mentre solo osservavo quei corpi e organi spezzettati, nella finestra di luce della torcia sul manto nero di quello scantinato. La solitudine nel “laboratorio degli orrori” diventava intimo raccoglimento in quella massa di pallidi spettatori, che mi osservavano con i loro occhi spenti.

Ore 5:30 a.m., quasi l’alba, l’ospitalità della guida permetteva ai due di dormire finalmente, in un attico sul nudo cemento, con due materassi e sacchi a pelo per dare alle provate membra il meritato riposo.
Chiudendo gli occhi quelle zampe pelose, un cuore di cavallo deforme, ghiandole sbiadite, gli occhi strizzati di una testa di gatto, si riaffacciavano alla mente, ma la stanchezza prese comunque il sopravvento e precipitai presto nel buio infinito di un sonno profondo.

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Si veda la pagina di presentazione su Derelicta.net: http://www.derelicta.net/index.php/presentazione
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